Mi Cuba, l’isola che non c’è

Fotografando il mondo se ne diventa parte. E si finisce per essere un po’ le città in cui hai vissuto, le persone che hai conosciuto, amato, contrastato. Non suoni strano perciò il mio ricordo apparentemente contraddittorio di Cuba e di Fidel. Che già non mi è possibile, almeno fino ad oggi, separarli, diversificare le sensazioni, che Cuba e Fidel come fai a separarli?

L’isola che non c’è non ha mai ammesso sentimenti tiepidi: è stata amata alla follia e rinnegata, tradita e diffamata, ma si è sempre salvata, con le sue forze, meritandosi il rispetto di amici e nemici. Il rispetto, questo sconosciuto alle nostre latitudini vacue, superficiali, smemorate. Perciò in questi giorni leggendo i miei commenti molti amici italici si sono risentiti: gli uni in quanto troppo critico con Cuba, gli altri essendo troppo accomodante col regime.

Non me ne dolgo, anzi, lo ribadisco da libertario: il migliore di noi a Fidel e compagnia non gli lega manco le stringhe delle scarpe, mi perdonino i teorici dell’anarchia, ma questa è l’eccezione che conferma la regola. Trovo miserabili onanisti quelli che festeggiano sperando di tornare a rapinare come ai bei tempi, ridicoli i nostri “esperti” da internet che tranciano giudizi col culo al calduccio e l’apericena, stucchevoli gli esaltatori acritici, sbandieratori di vessilli col comunismo degli altri.

La maggior parte di loro non ha neppure mai messo piede a Cuba o, se c’è andata, ha visto solo quello che voleva vedere, rinforzando stereotipi e predicando bene ma, spesso, molto spesso, razzolando male, e non solo sul piano sessuale, ma su quello di un vero colonialismo “culturale” da uomo bianco occidentale, “superiore in quanto moderno e democratico”.

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Sono stato diverse volte nell’isola dal 1981 in avanti. In pratica ad ogni svolta o evento particolare della mia vita corrisponde un viaggio. A iniziare dalla nascita di mio figlio Emiliano. Non potrei mai essere neutrale. O stai con i pirati o stai con la regina: i sofismi contano poco quando ti giochi la vita per una bottiglia di rum. Eppure non è che li sopportassi molto i cubani, che o ti prendono per il pollo da spennare anche dopo che hai messo bene le mani avanti per l’ennesima volta, o ti prendono per il culo che se sei permaloso fai prima a scappartene lontano che a rispondergli, tanto non c’è gara.

 

Non ho mai scusato il regime, meno che meno la burocrazia parasovietica con le biciclette cinesi, il fancazzismo caraibico, e il nazionalismo latinoamericano. Eppure mi riconosco nel loro modo di arrangiarsi sempre e comunque, di vivere come non ci fosse un domani, di essere orgogliosamente indipendenti dall’ex padrone mafioso e solidali. Chi va con i cubani impara a esserlo. E non mi sono arrabbiato neppure quando con un sorriso mi spiegavano che non ero cattivo, ma solo stronzo,italiano burlescone, fotografo e fedifrago, viziato e irriconoscente alla fortuna di essere nato dalla parte bianca dell’oceano.

Ma, quando sono rimasto a secco, loro mi hanno adottato, ospitato e sfamato, portato in giro in bicicletta, fatto entrare nella case a fotografare, tirando giù dal letto alle 4 di notte un sedicente tassista che infine mi ha portato all’aeroporto con una macchina che cadeva a pezzi e uno sguardo che diceva tutto nel mentre che scuoteva la testa.

Durante il periodo especial negli anni ’90 gli “esperti” occidentali contavano i giorni mancanti al crollo, invece i cubani trainavano i bus con trattori e cavalli, fermavano le auto all’incrocio e le trasformavano in tassì collettivi, che non c’era più petrolio, finita URSS finito petrolio, ma i bambini di Chernobyl continuavano ad ospitarli, senza battere ciglio, stringendo ulteriormente la cinghia, che “resistir es come vencer”.

 

 

“Qui non si arrende nessuno, cazzo! “ mi rispose Patricia, insegnante di lingua italiana riecheggiando Camilo Cienfuegos, alla domanda su come facesse a vivere. La stessa che mi aveva detto che sarebbe andata via, in Spagna, la terra natale di suo padre, esule repubblicano della guerra civile, la stessa che mi aveva detto che non sopportava Fidel e la sua instancabile (sempre lucida) oratoria, ma che nessuno lo provasse a toccare, che Fidel era Cuba e Cuba era Fidel.

E i cubani un popolo unito, tignoso, orgoglioso e incazzino, che non si provassero quei quattro debosciati americani e i gusanos di Miami, che alla Baia dei porci erano finiti maluccio, ma se insistevano potevano avere pure il resto. Mi risulta che non sia emigrata in Spagna; all’estero i cubani muoiono di nostalgia, come un leone al Polo.

Miriam mi raccontò che suo padre era morto in Angola, che lo avrebbe tanto voluto a fianco, che è meglio un padre vivo con tutti i suoi difetti, che un eroe socialista morto. Per poi spiegarmi che era diventata medico anch’essa e che stava partendo per il Venezuela, che la solidarietà tra poveri è un dovere e comunque Cuba esporta medici e importa petrolio.

Sì, il rispetto, questo sconosciuto, la solidarietà, questa desaparecida, lì l’ho toccata con mano, nelle migliaia di studenti africani e latinoamericani che studiavano gratuitamente all’università, nei bambini di Chernobyl, nei medici in partenza, nella povertà dignitosa, nella scuola per tutti.

La semplicità umile di Ernesto Guevara Linch, il padre del “Che” : il 1 maggio sorridente dopo una foto si avvicinò e mi chiese timido se gliela mandavo, che tutti lo fotografavano ma nessuno poi gli inviava una copia. Sei mesi dopo mi arrivò un suo biglietto dove mi ringraziava per aver mantenuto la promessa. In Korda che mi regalò una sua piccola opera e mi chiese preoccupato se le stampe in b/n che faceva a mano e vendeva ai francesi a 20 dollari fossero troppo care, o Juantorena che incontrato per caso in strada si fermò e si mise a chiacchierare come se avesse tutto il tempo del mondo e non l’aspettassero al ministero.

 

Eh sì, il tempo, l’altra dimensione del tempo cubano, il nostro tempo che lì non esiste, a partire dai muri cadenti del Malecon e le vecchie macchine degli anni ’50 tenute su col fil di ferro, come si fa a spiegarlo? Tutti hanno la ricetta per dare il nostro tempo ai cubani, la nostra democrazia, la nostra vita felice e appagata, per renderli moderni. Non so come andrà a finire, so che questi sessanta anni che ho, e che mi porto dietro con gioie e dolori, sogni, utopie, battaglie, sconfitte, viaggi, incontri e domande senza fine, sono sessanta lunghissimi anni segnati anche dall’odore inconfondibile delle strade di Cuba, dei suoi sorrisi, grandezze, miserie, autoritarismi e slanci, solidarietà e rispetto senza fine che tutti gli devono, anche chi la irride o diffama non avendo capito la sua insostituibile funzione di alimentare i sogni di una umanità lacera e dolente ma dignitosa.

“Non possiedo nulla ma non mi manca niente, tu invece hai molto ma ti sfugge la vita” mi fulminò un campesino vicino a Matanzas. E non si sogna mai abbastanza, questo l’ho imparato, che sono stronzo, ma proprio cattivo no. E non chiedetemi perché, ma tutte le volte che ripenso all’isola che non c’è, insieme al suo film che riavvolgo nella mente e all’emozione che mi assale, mi ricordo alcune strofe di una poesia di Neruda, “Farewell”. Forse con questa storia c’entra poco, o forse no, chissà.

Amor el amor que se reparte
en besos, lecho y pan.

Amor que puede ser eterno
y puede ser fugaz.

Amor que quiere libertarse
para volver a amar.

Amor divinizado que se acerca
Amor divinizado que se va.

Amo el amor de los marineros
que besan y se van.
Dejan una promesa.
No vuelven nunca más.

En cada puerto una mujer espera:
los marineros besan y se van.

Una noche se acuestan con la muerte
en el lecho del mar

….Yo me voy. Estoy triste: pero siempre estoy triste.
Vengo desde tus brazos. No sé hacia dónde voy.

…Desde tu corazón me dice adiós un niño.
Y yo le digo adiós.

Pubblicato su Frontierenews 4 dicembre 2016